CHE COSA POSSIAMO DAVVERO ASPETTARCI DALLE STAMINALI?

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I “fornitori” di tutte le nuove cellule, un magazzino illimitato da cui pescare come da un cappello magico e tirar fuori ciò che si vuole. E’ così che tutti immaginano le cellule staminali, protagoniste di alcune delle truffe più clamorose che la medicina ricordi.

Al di là di tutto lo scalpore che hanno provocato, ci chiediamo: ma cosa possiamo davvero aspettarci dalle cellule staminali?

Innanzitutto occorre precisare che in natura esistono due tipi di cellule staminali: quelle embrionali, che si prelevano da un embrione 4 o 5 giorni dopo la fecondazione e che possono trasformarsi in qualunque cellula del nostro corpo, e quelle adulte, meno versatili, presenti in organi e tessuti già formati. Gli scienziati hanno provato a manipolare lo sviluppo di queste ultime in laboratorio, ma influenzare il destino delle cellule staminali adulte è più difficile del previsto. Questo non è necessariamente un limite ed è il punto che ha permesso lo studio più approfondito delle cellule staminali, utilizzandole per ciò che sanno fare meglio: trasformarsi nelle cellule per cui sono programmate.

Bisogna evidenziare comunque, che le cellule staminali adulte sono già utilizzate dagli anni ’70 nella cura di tumori e altre malattie del sangue: il trapianto di midollo è a tutti gli effetti un trapianto di staminali nel sangue. Inoltre da circa 25 anni è possibile utilizzare le cellule staminali del cordone ombelicale per gli stessi usi, con il vantaggio che sono più facilmente prelevabili e i rischi di rigetto sono minori. Ancora, negli ospedali attrezzati, è possibile l’impianto di lembi di pelle ottenuti in laboratorio a partire da cellule staminali dell’epidermide, usati nella cura delle grandi ustioni. Recentemente, è stato sperimentato con successo anche il trapianto delle staminali della cornea, per curare lesioni o forme di cecità.

E per il futuro?

Nel mirino degli scienziati ci sono la cura delle malattie neurodegenerative (il tessuto nervoso infatti essendo post-mitotico è di difficile rigenerazione), ma anche ictus, sclerosi multipla, Sla, diabete mellito, lesioni del midollo spinale e altro ancora, anche se questi ambiti di ricerca richiedono ancora molti anni.

Si fa invece più vicino l’utilizzo delle cellule staminali mesenchimali, presente nelle articolazioni e nel midollo osseo, per curare la cartilagine consumata in caso di osteortrite. Queste cellule, infatti, possono rigenerare il tessuto osseo, la cartilagine, il tessuto adiposo. C’è ancora qualche problema sul rinnovamento della cartilagine articolare, che sembra risultare troppo fragile, ma una cosa è certa: ciò che fanno le cellule staminali, adulte o embrionali che siano, dipende strettamente dal microambiente in cui si trovano, dalle condizioni dell’organo danneggiato, da caratteristiche peculiari del paziente e da fattori che ancora non conosciamo. Si sta andando, quindi, in direzione di una cura personalizzata su misura per il singolo paziente.

Gli ostacoli però, non sono pochi.

Primo fra tutti, prendendo in considerazione le cellule staminali embrionali, che queste cellule tendono a formare tumori più di quelle adulte. Il secondo problema ovviamente è di tipo etico, in quanto per ottenerle bisogna distruggere un embrione umano. Queste difficoltà sono state superate grazie ad uno studio pubblicato nel 2006 su Nature, che ha fruttato il premio Nobel nel 2012 al medico giapponese Shinya Yamanaka. Lo studio consiste nel trasformare cellule della pelle già differenziate, in cellule che assomigliano molto alle cellule staminali embrionali. Per i suoi esperimenti di differenziazione delle cellule staminali adulte in cellule staminali pluripotenti indotte, Yamanaka e il suo team hanno utilizzato un cocktail di geni (Oct3/Oct4, Sox2, Klf4 e c-myc) per riprogrammare geneticamente le cellule di topo in cellule pluripotenti. Yamanaka ha affermato che il metodo di trasformazione genetica delle cellule utilizzando un virus non causa problemi di tipo tumorale e che invece potrebbe aprire la strada per un uso terapeutico della rigenerazione tessutale.

L’Italia non si smentisce, e partecipa attivamente ad accelerare i passaggi dalla ricerca alla cura, in particolare con il Super-Ospedale Bambin Gesù di San Paolo fuori le mura, che ha inaugurato l’anno scorso dei laboratori all’avanguardia grazie ad un investimento di ben 26 milioni di euro. Su una superfice di 5000 m2 lavorano più di 150 ricercatori per fabbricare materialmente le cellule e i farmaci che saranno usati nelle sperimentazioni.

E Stamina?

Attenzione a non fare confusione tra ricerche sulle staminali compiute con un protocollo scientifico attendibile e il metodo Stamina. Infatti il metodo Stamina è un discusso trattamento, privo di validità scientifica, inventato da un professore di scienze della comunicazione, Davide Vannoni e proposto dalla Stamina Foundation, un’organizzazione da lui presieduta. Principalmente rivolto alle malattie neurodegenerative, si baserebbe sulla conversione di cellule staminali mesenchimali in neuroni. Il metodo, ad ora, risulta tenuto segreto dai suoi promotori e privo di una validazione scientifica che ne attesti l’efficacia terapeutica. Non risulta inoltre che Vannoni abbia mai pubblicato alcun articolo sul metodo Stamina su riviste scientifiche sottoponendolo dunque ai consueti processi di revisione paritaria. Nonostante il clamore, dovuto anche alla pubblicizzazione del Metodo con programmi televisivi come Le Iene, Vannoni non ha mai prodotto prove scientifiche relative all’efficacia del metodo ma ne ha sempre propugnato la validità.

Fonti:

Focus Magazine
www.bionetonline.org
www.ipscell.com
wikipedia

Tiziana Buono

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